liceo Galilei alla Piccola Casa 

Il Liceo scientifico G. Galilei di Trieste da alcuni anni, nell’ambito del progetto di offerta formativa dell’Istituto organizza un viaggio-studio a Torino per conoscere le realtà del Gruppo Abele e “Il Cottolengo”. Proponiamo alcune delle riflessioni che i giovani ci hanno inviato.

Ho capito cosa è veramente importante nella vita…
Lo stage organizzato ha soddisfatto e ampliato le conoscenze di noi ragazzi. Un’altra realtà visitata è stata la “Piccola Casa della Divina Provvidenza” o meglio conosciuta come “Cottolengo”. Qui suor Milvia ci ha fatto incontrare varie persone, con diversi problemi fisici o mentali, che passano il tempo facendo varie attività: laboratori musicali, magnifici lavoretti che poi vengono venduti ai mercatini, laboratori teatrali… Al Cottolengo, vedendo le condizioni nelle quali alcune si trovano e, nonostante ciò, non mollano mai, ho finalmente capito quanto sia fortunata: prima di tutto perché godo di buona salute, secondo perché ho accanto persone che mi aiutano, terzo mi sono resa conto che tutte le cose delle quali mi lamento sono futili e quarto di quanto sia importante la vita. Suor Milvia, nell’illustrarci la struttura, mi è sembrata così serena e felice di essere al servizio dei bisognosi tanto che per un attimo ho invidiato il suo stile di vita. Il ritorno dalla “Piccola Casa” a Rivoli, dove eravamo alloggiati, è stato più silenzioso del solito, perché tutti noi ripensavamo a ciò che abbiamo vissuto quel giorno, però nei nostri occhi si poteva notare tanta serenità per aver capito che cosa è veramente importante e che cosa no. Credo che, durante il viaggio di ritorno a Trieste, sia stata molto più felice di quanto non lo sia stata alla partenza. Consiglio a tutti di fare queste esperienze.

Alessia M., 4a B

Al primo posto la persona!
Al Cottolengo la cosa che mi ha più colpita è il modo con il quale i volontari, le suore e i “fratelli” si rapportano con gli ospiti della Casa: mettono sempre al primo posto la persona che si trovano davanti e non i suoi problemi. La Piccola Casa è un posto dove le persone, che a noi possono sembrare le più sfortunate, sono in realtà le più felici, perché hanno riscoperto, nell’amore e nell’affetto di chi le circonda, la gioia di vivere. Vedere queste persone che, nonostante i loro problemi, si sono rialzate e adesso camminano a testa alta, orgogliose del “poco” che la vita ha dato loro perché spronate dall’amore di chi sta loro vicino, mi ha fatto pensare e mi ha fatto capire quante cose la vita mi abbia dato e quanto poco io sia riuscita a valorizzarle finora. Per questo consiglio a tutti di fare un’esperienza simile, almeno una volta nella vita, perché mi ha fatto capire quanto importanti siano le persone e mi ha fatto vedere la vita, e gli altri, sotto una luce diversa.

Chiara P., 4a B

A confronto con la sofferenza umana…
La sofferenza è imprescindibile dalla condizione umana. Essa è profondamente legata all’esistenza degli uomini che, per l’inevitabile deperibilità del corpo, ma anche per la loro fragilità interiore, sono prima o poi costretti a confrontarsi con essa.
Nella vita mi è accaduto rare volte di entrare in contatto con la sofferenza. La società odierna spesso ci devia dal pensare a tutti quegli uomini la cui esistenza è, invece, caratterizzata dal dolore, perché già nati in condizioni fisiche o mentali svantaggiate, o perché eventi sfortunati gli hanno travolto la vita. Tutte queste persone vengono spesso relegate ai margini della società o sono esse stesse che, piano piano, si isolano. Le condizioni di svantaggio, con la sofferenza che ne consegue, spesso infatti possono impedire ad un uomo di svolgere qualsiasi tipo di lavoro, possono allontanarlo dalla famiglia, fino a ridurlo a vivere in strada e a perdere un posto nella società.
Grazie all’esperienza che ho vissuto a Torino, nell’ambito del gruppo Abele e del Cottolengo, ho visto come una persona sofferente, attraverso l’aiuto ed il sostegno di altri uomini, può ritrovare il suo posto nella società, la sua dignità, i veri valori dell’esistenza e imparare a vivere serenamente anche la sua condizione di svantaggio.
Queste istituzioni, costituite da uomini che hanno deciso di impegnare la loro vita nel servizio al prossimo in difficoltà, riescono a compiere veri e propri miracoli di cui io ora mi sento testimone. (…) Ho conosciuto persone, con gravi handicap fisici, capaci di vivere la loro condizione senza angoscia poiché, grazie all’azione di volontari e suore, hanno scoperto come valorizzare la loro vita e realizzarsi nel lavoro e nelle varie attività che vengono quotidianamente svolte nella Piccola Casa della Divina Provvidenza. Ho sentito la forza dell’Amore che spinge tanti uomini a servire volontariamente poveri, malati e deboli, con tanta dedizione e generosità, poiché riescono a vedere in quelle persone, che noi spesso ignoriamo, Gesù Cristo.
Ho capito che la vita di ogni uomo ha un valore smisurato, indifferentemente dal fatto se ci veda o ci senta, dalla sua intelligenza o dalla bellezza e che si può, anche nel proprio piccolo, impegnarsi per aiutare i nostri fratelli in difficoltà; si può, ed è bene, donare tempo e affetto al nostro prossimo sofferente e ciò che si riceve dall’aver donato è un tesoro incommensurabile.

Niccolò T., 3a G

Piccola Casa, un luogo di speranza…
Il viaggio a Torino è stato un’esperienza forte, dove si scopre quanto in ogni realtà, anche quella della città moderna e ricca come Torino (ma anche come Trieste e, credo, moltissime delle città italiane), ci siano problemi che sono ormai radicati, ma di cui la maggior parte della gente non si occupa. È valsa la pena di avvicinarsi a tali problemi, già conosciuti, ma assolutamente mai presentati in maniera così evidente, ma ancora di più alle persone che volontariamente cercano di risolverli. Durante la settimana trascorsa a Torino, infatti, non abbiamo semplicemente visitato case di accoglienza o parlato con i volontari del Gruppo Abele, ma ci siamo piuttosto confrontati con persone che ci hanno parlato con sentimento e passione, ma anche decisione. Al Cottolengo, per esempio, gli stessi accolti hanno accolto noi, ci hanno parlato delle loro esperienze; ed è stato bellissimo come essi siano riusciti a trasmetterci la voglia di vivere di cui davvero erano pieni. Il Cottolengo non è, infatti, solo un luogo di malattia, ma soprattutto una sede di speranza, dove i malati sono assistiti non solo nella loro malattia, ma soprattutto nel riuscire ad esprimere le loro capacità, dove gli viene ricordato che la dignità è per tutti.

Lucrezia L., 5a C

Al Cottolengo ho fatto degli incontri molto speciali…
Cinque giorni a contatto diretto con delle realtà che apparentemente sono distanti mille miglia da noi sembrano pochi; in realtà sono stati densi di sensazioni, emozioni e nuove scoperte. Visitando la “Piccola Casa della Divina Provvidenza”, meglio nota come “Il Cottolengo”, ho fatto degli incontri molto speciali. Le persone diversamente abili, con cui abbiamo condiviso storie ed esperienze, mi hanno fatto notare un aspetto che, più di ogni altro, mi ha colpito: la forza e la serenità con cui hanno affrontato ed affrontano la vita. La forza di rimanere su una sedia a rotelle, la forza di comunicare solo con una mano, di raccontare la propria vita a degli estranei, la forza di ritrovare una dignità perduta e rimettersi in discussione. Ciò che noi giovani dovremmo imparare da queste “fonti d’energia vitale” è l’apprezzare le cose semplici, quelle naturali, come la bellezza di un sorriso, la spontaneità di una risata, la profondità di uno sguardo. Il mondo che ci circonda, così frenetico e caotico, ci distoglie dai problemi di altre persone (che potrebbero essere anche nostri), offrendoci una visione limpida e felice per una vita perfetta, composta di persone perfette, vestiti perfetti e apparecchi tecnologici all’avanguardia. Bisogna, perciò, avere il coraggio e la voglia di guardare oltre, oltre quel muro che abbiamo eretto per distinguerci dalle persone apparentemente diverse da noi: solo così riusciremo a capire che sono proprio loro che ci insegneranno a vivere, ad avere una vita felice senza cadere nella trappola del menefreghismo e della superficialità. L’esperienza Torino mi ha fatto prendere coscienza di molte problematiche e mi ha dato la possibilità di venirne a diretto contatto. Sono fermamente convinta che tutto ciò ha stimolato in me la voglia di aiutare gli altri e partecipare attivamente nella lotta contro l’ingiustizia e l’indifferenza.

Carolina S., 5a F

Finché non tocchi con mano… non puoi capire!
Ho deciso di andare a Torino cinque giorni prima della partenza. Non ero troppo cosciente di che cosa avrei visto, di che cosa avrei potuto imparare, ma ho deciso lo stesso di intraprendere questa esperienza. Inizialmente ero un po’ spaventata, pensavo che queste realtà, così distanti dalla mia, avrebbero potuto in qualche modo sconvolgermi, ma finché non “tocchi con mano”, non puoi capire. Mi ha colpito moltissimo il “clima” che abbiamo trovato in questi posti, le persone, seppur malate o comunque con grossi problemi alle spalle, sono felici. Queste comunità, dove possono vivere assieme, confrontarsi con altri che hanno gli stessi problemi, li aiuta a sentirsi bene, sentirsi accettati, dove i pregiudizi del mondo esterno non esistono. Io mi aspettavo di trovare una specie di ospedale, tanti letti uno vicino all’altro, dove queste persone venivano “abbandonate” e, invece, la realtà è ben diversa: ognuno ha i suoi compiti, ognuno deve prendersi cura delle proprie cose e delle cose comuni. Di grandissima ammirazione è l’entusiasmo con il quale gli operatori, volontari e non, lavorano; abbiamo trovato tante “famiglie” dove ognuno ha un compito ben preciso.
L’esperienza più bella che ho vissuto è stata l’incontro con una signora sorda, muta e cieca. Detto così, a molti potrà sembrare una persona del tutto “tagliata fuori” dal mondo e, invece, questa signora, con la sua grandissima forza d’animo, è una persona stupenda. Solo toccandomi la mano è riuscita a capire che sono una ragazza e quello che mi ha lasciata completamente di stucco è stato quando, toccandomi la testa, ha messo un secondo le mani sui miei occhiali e, ancora adesso non riesco a capire come, ha capito che erano occhiali da sole. Lei che ha come unico mezzo per conoscere il mondo la mano di qualcuno vicino che le descriva tutto quello che accade, sa meravigliarsi molto più di noi, noi che non riuscivamo a capire come fa a intendere tanti concetti astratti, come il bello, il brutto, come i colori.
È stata un’esperienza veramente molto interessante, che ci ha presentato delle situazioni che magari non avremmo neanche immaginato. Penso che, in ogni modo, anche se tanti ricordi potranno svanire, alla fine resterà qualcosa di importante dentro ognuno di noi che abbiamo avuto la fortuna di confrontarci con queste altre realtà. Spero che altri ragazzi e ragazze come me possano vivere le stesse esperienze, perché se non “tocchi con mano” non puoi nemmeno pensare che esistano certe realtà che sono lontane anni luce dal nostro vissuto quotidiano di adolescenti “normali” e fortunati”.

Barbara B., 3a H

Una sorpresa dopo l'altra…
Qualcuno di noi si aspettava di trovare una realtà di desolazione e di tristezza, mentre qualcun altro non sapeva bene che cosa aspettarsi. Per quanto potessimo aver già sentito parlare di questi argomenti, per quanto ne potessimo già sapere, non potevamo immaginare quello che avremmo trovato. Grande è stata la sorpresa nel respirare, in tutti i posti che abbiamo visitato, un’aria di serenità, ma ancora più grande è stato lo stupore nel vedere come queste persone vivano normalmente, senza piangersi addosso per le loro sfortune, ma anzi riuscendo a gioire ancora di più delle piccole cose che noi, magari, non siamo in grado di apprezzare come loro. Incredibile ascoltare il racconto di una donna in sedia a rotelle che, dopo essere stata portata al Cottolengo con l’inganno a 18 anni a causa di una malattia, riesce a superare un lungo periodo di sconforto e disperazione e a ritrovare la felicità grazie alle compagne, che l’hanno fatta sentire a casa e le hanno fatto capire il valore della vita. Inutile provare a descrivere il nostro stupore nel vedere una persona cieca tessere un tappeto al telaio, dei cerebrolesi lavorare la lana cotta e dipingere “un capolavoro” (come uno di loro l’aveva definito). Ma la cosa che più ci ha sorpresi è stata la curiosità e la voglia di vivere di una donna cieca, muta e sorda dalla nascita, capace di capire la tua statura e il tuo sesso stringendoti la mano, di sentire i colori con i polpastrelli, di percepire il calore di un sorriso attraverso le pieghe del volto.

Elisa G., 5a C


Piccola Casa della Divina Provvidenza, via S. G. Cottolengo, 14 - Torino, tel.+390115225111 — Cookie policy