suor Scolastica Gerardo 

Al "Cottolengo" di Biella e al paese natale una festa di fede e di ringraziamento.
Suora da settant'anni, è sempre stata in terra biellese operando accanto ai malati e ai poveri.
(Intervista a Suor Scolastica Gerardo)

«Ho iniziato a darmi da fare molto presto nella vita. A 12 anni con mia sorella ho incominciato a lavorare alla "Filatura biellese" di Gaglianico. Per raggiungerla più facilmente, lungo la settimana si alloggiava a Ponderano. Il sabato, dopo il secondo turno di lavoro (14-20) si tornava al paese facendo quasi tutta la strada a piedi, lungo viottoli faticosi del bosco. Si arrivava finalmente a Torrazzo all'una di notte, con tanta stanchezza e tanta fame. Il lunedì si ripartiva. Tutto questo mi ha temprata e resa disponibile per altre fatiche». Suor Scolastica Gerardo ricorda il tempo del lavoro e della fatica prima del suo ingresso fra le suore dell'istituto di san Giuseppe Benedetto Cottolengo.
Biellese di quella terra, Torrazzo, che ha dato i natali a tre sacerdoti (don Finotto, don Quaglia, don Zanetto), suor Scolastica compirà domani, 30 giugno, 100 anni.
Una giornata che sarà festa e gioia, soprattutto nella lode a Dio. Così sarà a Biella e domenica a Torrazzo.
Quel "Deo gratias" – che segna ogni istante della vita della "Piccola Casa della Divina Provvidenza" – risuonerà domani nella gioia di una vita contrassegnata dalla preghiera e dal servizio ai più poveri, nella condivisione.

100 anni di Sr. Scolastica

Suor Scolastica, 100 anni sono un traguardo. Qual è il suo ricordo più bello?
Il ricordo più bello? Il mio ingresso a 26 anni al "Cottolengo" di Biella. Mi hanno accolto madre Pierina e padre Mino, i fondatori della Casa, e la piccola comunità di suore. Ho così realizzato il mio desiderio grande di vivere con loro e come loro, nella lode al Signore e nel servizio ai poveri, in uno stile di vita sobrio, impegnativo, ma che rispondeva al mio desiderio di donarmi. Inizialmente ho sofferto l'opposizione di mio padre che, dopo alcuni mesi, ha fatto pace con me, portandomi a spalle, da Torrazzo, un'arnia colma di miele e dicendomi: «Se sei contenta tu, sono contento anch'io».

Cento anni, di cui 70 di vita religiosa. Qual è il segreto di questa fedeltà?
Il segreto penso sia la fedeltà del Signore a me. Mi è sempre stato vicino, ha fatto nascere in me tanta disposizione alla preghiera, al dono, alla fiducia in Lui, nella Provvidenza. Altro segreto penso sia stata la mia capacità di adattarmi alle situazioni, alle persone. E la mia inclinazione a servire i malati, i poveri. Avevo fatto questa esperienza da giovane all'ospedale di Biella, nel reparto infettivi. E questa attitudine mi ha accompagnato per tutta la vita, facilitando il mio servizio e anche quello dei miei superiori, che potevano chiedermi qualunque cosa avesse attinenza con la cura dei malati. Tutto questo mi ha fatto sentire bene, nella pace.

Un servizio nella "Piccola Casa" svolto tutto in terra biellese. Con quali tappe?
Nel 1935 sono stata accolta al "Cottolengo" di Biella e ho vissuto il periodo di formazione in preparazione alla consacrazione religiosa. Sono poi stata inviata al "Cottolengo" di Bioglio, a servizio delle persone disabili della Casa. Nel 1940 sono tornata al "Cottolengo" di Biella, rimanendovi fino ad oggi. Mi sono inserita come infermiera nella parte della Casa destinata ad ambulatori e chirurgia. Vi operavano allora il professor Silvestrini e i dottori Marocchetti, Villa e Florio. Di notte vegliavo sui malati e gli operati. E, nella mattinata, raggiungevo le famiglie che ne facevano richiesta (da piazza Adua fino a Gaglianico e Sandigliano) per terapie iniettive e medicazioni. Di tanto in tanto tornavo a casa con una busta che presentavo a madre Pierina, la quale mi diceva: «Fallo volentieri questo servizio ai malati: ti attendono, ne hanno bisogno. E poi, vedi, questi soldi servono per coprire i debiti della Casa!».

Come ha visto cambiare questa terra?
Ho visto soprattutto cambiare il "Cottolengo". E' stato un continuo cantiere perché sempre nuovi poveri chiedevano ospitalità e sempre nuove persone benefattrici biellesi si offrivano a coprire le spese. Nell'arco di trent'anni ho visto crescere questa Casa sotto i miei occhi, fino a raggiungere le dimensioni attuali. Ho assistito al moltiplicarsi di sempre nuovi reparti. Ho visto il susseguirsi di tanti fratelli poveri, di tante sorelle. Ho vegliato sui miei superiori (madre Pierina e padre Mino, che mi avevano accolta) nell'ultimo tratto della loro vita. E ora sono qui, in questo angolo sereno di Casa, a godermi il riposo.

Far festa oggi che cosa significa per lei?
Il Signore mi ha fatto dono di una lunga vita perché avessi motivo di un "Deo gratias!" più grande. Mi commuove pensare che i superiori di Torino e tante persone sabato si disturberanno per me. Ma mi dà gioia il pensiero che mi aiuteranno a lodare il Signore.

Come vive, con i suoi 100 anni, le giornate?
Per bontà del Signore, di salute sto bene, salvo un po' di sordità e non so che cosa sia la noia. Dormo tutta la notte e le giornate passano veloci, nella preghiera, in piccoli lavoretti e dedicandomi a cinque graziosi bengalini. La cappella è il luogo in cui sosto spesso e a lungo.

Ai giovani, alle giovani quale messaggio vuol dare?
Direi loro che la vita è bella se è vissuta per qualcosa che vale. La fatica è il concime necessario perché maturi il frutto della pace.

Susanna Peraldo
("Il Biellese" – 19 giugno 2007)


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