19 ottobre 2012

Apertura dell'anno formativo 2012/2013

In un clima di semplicità e bella fraternità, tutti i giovani delle Case di formazione dei tre istituti cottolenghini, suore, fratelli e sacerdoti, si sono ritrovati insieme ai formatori e ai tre Superiori Generali per dare inizio ufficialmente all'anno formativo 2012/2013 con la Celebrazione Eucaristica presieduta da Padre Lino Piano, concelebrata da don Carmine Arice e don Paolo Boggio. Alla S. Messa è seguita la cena insieme, occasione anche per salutare e ringraziare don Carmine del suo prezioso servizio svolto in questi ultimi anni in Seminario e nell'equipe dei formatori, alla vigilia della sua partenza per Roma.

 

19/10/2012 - Foto -

 

Ringraziamo Padre Lino che ha voluto farci dono delle preziose parole condivise coi giovani in formazione durante l'omelia; ha preso lo spunto dalla figura di  san Paolo della Croce (1694-1775) Fondatore dei Passionisti e dalle parole di Mt. 16,24-25:

"Gesù disse ai suoi discepoli: Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà."

Si riporta la sua omelia:

I Passionisti furono dedicati a testimoniare nella vita e nella predicazione il mistero della croce in un secolo dominato dallo scetticismo.
La liturgia invoca il dono della sapienza della croce, la sapienza della passione.
La sapienza della croce si capisce dopo aver superato la croce, constatando gli effetti benefici che si possono sperimentare (per es. maggiore comprensione per gli altri, scoperta della vanità di certe cose prima ritenute importanti, scoperta dell’aiuto di Dio ricevuto, ecc.).
La croce comunque è un fatto che non dipende da noi, ci capita addosso quando Dio vuole e come vuole.
Non dobbiamo dimenticare che il Calvario è stato il culmine dell'apostolato di Cristo. Vedendo la morte di Cristo il centurione romano che era un pagano esclama: veramente costui era figlio di Dio!
Quello che possiamo prendere in considerazione noi è il rinnegamento di sé “rinneghi se stesso”.
Il Cottolengo ha espresso questa esigenza con l'espressione "distacco da tutto il creato" (detachment) , cioè povertà radicale.
Parlando del distacco viene spontaneo il concetto di rinuncia che la vita consacrata comporta. Questo è l’aspetto ascetico che accompagna costantemente la sequela di Cristo. Ma concentrare unicamente l’attenzione su tale aspetto, significa falsare il senso della sequela di Cristo.
Nello stesso tempo negare la validità di ogni forma di ascesi, di ogni rinuncia, perché tutto è buono e tutto contribuisce allo sviluppo della persona è altrettanto puerile (è stato l'errore dell'Illuminismo del '700).
Certamente l’ascesi, il distacco non è fine a se stesso. Chi abbraccia la vita consacrata non intende condurre una vita di stenti (life of privations).
Cf. lettera n. 808 al Cottolengo (6.6.1841): una ragazza “risoluta… di abbracciare il più rigoroso degli instituti diretti dalla S.V.”. Così come suona, la richiesta desta perplessità.
Il distacco è la logica conseguenza di una scelta positiva, è la condizione per una vita di amore con Cristo, non il fine della vita consacrata. Più si aderisce a Dio e alla propria specifica vocazione, più ci si stacca da tutto il resto. Se uno è entusiasta della sequela di Cristo, non si preoccupa più di sè.
L’ascesi, il distacco è quindi il preludio e la conseguenza di una vita che si concentra su Dio e in Dio, in vista di una disponibilità totale alle esigenze della carità verso Dio e verso il prossimo.
Il rinnegamento di sé impone che il discepolo non badi più al proprio interesse, non pensi più a se stesso, non metta se stesso al centro della propria attenzione. É chiamato a porre il suo centro di interessi in Cristo, il quale resta il punto di convergenza di tutto.
Il pieno distacco da sé e dalle proprie cose comporta accettare il piano di Dio così come si presenta. E Dio sorprende!
Il distacco comporta la necessità di rompere con il nostro ambiente e il nostro passato. Se non sbaglio il noviziato tende a questo (è una prova tecnica di distacco!). Per riempire una bottiglia di vino eccellente, deve essere vuota. Bisogna versare vino nuovo non in otri vecchi, ma nuovi o per lo meno liberi da altre cose (Mc 2,22)
Di fronte a tutto questo noi siamo tentati di 'salvare la nostra vita', cioè di sfuggire a Dio che si manifesta in modo diverso dalle nostre attese.
Questa tentazione è causata dall'illusione di guadagnare il mondo intero o anche solo una piccola parte (per es. le attività che ci interessano, relazioni sociali, iniziative, in breve il mondo che ruota attorno a noi). Tutto questo naturalmente con lo scopo di fare del bene, per salvare le anime, per annunciare Cristo!

Cf. S. Benedetto: “Dobbiamo dunque costituire una scuola di servizio del Signore e nel costituirla noi speriamo di non stabilire nulla di penoso e nulla di pesante. Ma dovesse anche seguirne qualche cosa di più rigoroso, non lasciare subito, impaurito, la via della salvezza, che non si può intraprendere se non per un ingresso stretto. Con il progresso poi della vita spirituale e della fede, dilatato il cuore, si corre la via dei comandamenti di Dio con indicibile soavità d’amore” (Regola, Prologo)

Cf. Giovanni Paolo II nella Piccola Casa il 13 aprile 1980: La disponibilità totale alle esigenze della carità verso Dio e verso il prossimo non è e non può essere frutto di vago sentimentalismo. Essa postula un atteggiamento di povertà radicale, cioè di pieno distacco da sé e dalle proprie cose, che rende possibile un'apertura senza riserve alle interpellazioni della grazia di Dio e a quelle della miseria umana. Qui sta il segreto di tutto.
Se si capisce questo segreto, gradualmente e umilmente, si faranno certamente cose eccellenti, se non si capisce, si fa solo numero!


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